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21 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


21 - La Parabola del RE CHE FA le NOZZE al FIGLIO SUOda L’Evangelo, 206.11-12

«[…] Una volta  un re fece le nozze di suo figlio. Potete immaginare che festa fosse  nella reggia. Era il suo unico figlio e, giunto all’età perfetta, si  sposava con la sua diletta. Il padre e re volle che tutto fosse gioia  intorno alla gioia del suo diletto, finalmente sposo con la beneamata.  Fra le molte feste nuziali fece anche un grande pranzo. E lo preparò per  tempo, vegliando su ogni particolare dello stesso, perché riuscisse  splendido e degno delle nozze del figlio del re.
Mandò per tempo i  suoi servi a dire agli amici e agli alleati, e anche ai più grandi nel  suo regno, che le nozze erano stabilite per quella data sera e che loro  erano invitati, e che venissero per fare degna cornice al figlio del re.  Ma amici, alleati e grandi del regno non accettarono l’invito.
Allora  il re, dubitando che i primi servi non avessero parlato a dovere, ne  mandò altri ancora, perché insistessero dicendo: “Ma venite! Ve ne  preghiamo. Ormai tutto è pronto. La sala è apparecchiata, i vini  preziosi sono stati portati da ogni dove, e già nelle cucine sono  ammucchiati i buoi e gli animali ingrassati per essere cotti, e le  schiave intridono le farine a far dolciumi, ed altre pestano le mandorle  nei mortai per fare leccornie finissime a cui mescolano aromi fra i più  rari. Le danzatrici e i suonatori più bravi sono stati scritturati per  la festa. Venite dunque acciò non sia inutile tanto apparato”.
Ma  amici, alleati e grandi del regno o rifiutarono, o dissero: “Abbiamo  altro da fare”, o finsero di accettare l’invito, ma poi andarono ai loro  affari, chi al campo, chi ai negozi, chi ad altre cose ancor meno  nobili. E infine ci fu chi, seccato da tanta insistenza, prese il servo  del re e l’uccise per farlo tacere, posto che insisteva: “Non negare al  re questa cosa perché te ne potrebbe venire male”.
I servi tornarono  al re e riferirono ogni cosa, e il re avvampò di sdegno mandando le sue  milizie a punire gli uccisori dei suoi servi e a castigare quelli che  avevano sprezzato il suo invito, riservandosi di beneficare quelli che  avevano promesso di venire. Ma la sera della festa, all’ora fissata, non  venne nessuno.
Il re, sdegnato, chiamò i servi e disse: “Non sia  mai che mio figlio resti senza chi lo festeggi in questa sua sera  nuziale. Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne sono degni.  Eppure il banchetto nuziale del figlio mio deve avere luogo. Andate  dunque sulle piazze e sulle strade, mettetevi ai crocicchi, fermate chi  passa, adunate chi sosta e portateli qui. Che la sala sia piena di gente  festante”.
I servi andarono. Usciti per le vie, sparsisi sulle  piazze, messisi ai crocicchi, radunarono quanti trovarono, buoni o  cattivi, ricchi o poveri, e li portarono nella dimora regale, dando loro  i mezzi per apparire degni di entrare nella sala del banchetto di  nozze. Poi li condussero in quella, ed essa fu piena, come il re voleva,  di popolo festante.
Ma, entrato il re nella sala per vedere se  potevano aver inizio le feste, vide uno che, nonostante gli aiuti dati  dai servi, non era in veste di nozze. Gli chiese: “Come mai sei entrato  qui senza la veste di nozze?”. E colui non seppe che rispondere, perché  infatti non aveva scusanti. Allora il re chiamò i servi e disse loro:  “Prendete costui, legatelo nelle mani e nei piedi e gettatelo fuori  della mia dimora, nel buio e nel fango gelido. Ivi starà nel pianto e  con stridor di denti come ha meritato per la sua ingratitudine e per  l’offesa che mi ha fatta, e più che a me al figlio mio, entrando con  veste povera e non monda nella sala del banchetto, dove non deve entrare  che ciò che è degno di essa e del figlio mio”. […]»

SpiegazioneI quaderni del 1943, 28 giugno • da L’Evangelo, 206.13

«[…]  Gli invitati sono coloro che Io chiamo con vocazione speciale, grazia  gratuita che Io concedo come invito all’intimità nel mio palazzo con Me  stesso, come elezione alla mia Corte. I poveri, i ciechi, i monchi, i  deformi sono coloro che non hanno avuto speciali chiamate e aiuti e che  coi loro soli mezzi non hanno potuto conservare o raggiungere ricchezza  spirituale e salute, ma anzi hanno, per imprudenze naturali, aumentato  la loro infelicità. Sono cioè i poveri peccatori, le anime deboli,  povere, deformi, le quali non osano presentarsi alla porta, ma si  aggirano nei pressi del palazzo attendendo una misericordia che li  ristori. I passanti frettolosi, che non si curano di ciò che avviene  nella dimora del Signore, sono coloro che vivono nelle religioni più o  meno rivelate o nella loro personale che ha nome: denaro, affari,  ricchezze. Costoro credono di non avere bisogno di conoscermi.
Ora  si verifica il fatto che sovente i chiamati da Me trascurano il mio  appello, se ne disinteressano, preferiscono occuparsi di cose umane  invece di dedicarsi alle cose soprannaturali. Allora Io faccio entrare i  poveri, i ciechi, gli zoppi, i deformi; li rivesto della veste di  nozze, li faccio assidere alla mia mensa, li dichiaro ospiti miei e li  tratto da amici. E chiamo anche quelli che sono fuori della mia Chiesa,  li attiro con insistenza e cortesia, li costringo anche con dolce  violenza.
Nel mio Regno c’è posto per tutti, e mia gioia è farvi  entrare molti. Guai però a coloro che, eletti da Me per vocazione, mi  trascurano preferendo dedicarsi a cose naturali. E guai a coloro che,  benignamente accolti pur non essendone meritevoli, e rivestiti dalla mia  magnanimità con la grazia che ricopre e annulla le loro brutture, si  levano la veste nuziale mancando di rispetto a Me e alla mia dimora,  dove nulla di indegno deve circolare. Saranno espulsi dal Regno perché avranno calpestato il dono di Dio.
Delle  volte, fra i peccatori e i convertiti Io vedo anime così belle e così  riconoscenti che le eleggo a mie spose, al posto d’altre, già chiamate,  che mi hanno respinto. […]»
I quaderni del 1943, 28 giugno

«[…] Come voi vedete, le sollecitudini del mondo, le avarizie, le  sensualità, le crudeltà attirano l’ira del re, fanno sì che mai più  questi figli delle sollecitudini entrino nella casa del Re. E vedete  anche come anche fra i chiamati, per benignità verso suo figlio, vi sono  i puniti.
Quanti al giorno d’oggi, in questa terra alla quale Dio  ha mandato il suo Verbo! Gli alleati, gli amici, i grandi del suo  popolo, Dio veramente li ha invitati attraverso i suoi servi, e più li  farà invitare, con invito pressante, man mano che l’ora delle mie nozze  si farà vicina. Ma non accetteranno l’invito perché sono falsi alleati,  falsi amici, e non sono grandi che di nome perché la bassezza è in  loro».
Gesù va elevando sempre più la voce, e i suoi occhi, alla  luce di fuoco che è stato acceso fra Lui e gli ascoltatori per  illuminare la sera, nella quale manca ancora la luna che è nella fase  decrescente e si alza più tardi, gettano sprazzi di luce come fossero  due gemme.
«Sì, la bassezza è in loro. Per tutto questo essi non  comprendono che è dovere e onore per loro aderire all’invito del Re.  Superbia, durezza, libidine fanno baluardo nel loro cuore. E —  sciagurati che sono! — e hanno odio a Me, a Me, per cui non vogliono  venire alle mie nozze. Non vogliono venire. Preferiscono alle nozze i  connubi con la politica sozza, con il più sozzo denaro, con il  sozzissimo senso. Preferiscono il calcolo astuto, la congiura, la  subdola congiura, il tranello, il delitto.
[…] E il Re del Cielo,  perché il Figlio abbia un degno apparato di nozze, manderà a raccogliere  sui crocicchi coloro che sono non amici, non grandi, non alleati, ma  sono semplicemente popolo che passa. Già — e per mia mano, per la mia  mano di Figlio e di servo di Dio — la raccolta si è iniziata. Quali che  siano, verranno… E sono già venuti. Ed Io li aiuto a farsi mondi e belli  per la festa di nozze.
Ma ci sarà, oh! per sua sventura ci sarà chi  anche della magnificenza di Dio, che gli dà profumi e vesti regali per  farlo apparire quale non è — un ricco e degno — vi sarà chi di tutta  questa bontà se ne farà un approfitto indegno per sedurre, per  guadagnare… Individuo di bieco animo, abbracciato dal polipo ripugnante  di tutti i vizi… e sottrarrà profumi e vesti per trarne guadagno  illecito, usandoli non per le nozze del Figlio, ma per le sue nozze con  Satana.
Ebbene, questo avverrà. Perché molti sono i chiamati, ma  pochi coloro che, per saper perseverare nella chiamata, giungono ad  essere eletti. Ma anche avverrà che a queste iene, che preferiscono le  putrefazioni al nutrimento vivo, sarà inflitto il castigo di essere  gettati fuori della sala del Banchetto, nelle tenebre e nel fango di uno  stagno eterno in cui stride Satana il suo orrido riso per ogni trionfo  su un’anima, e dove suona eterno il pianto disperato dei mentecatti che  seguirono il Delitto invece di seguire la Bontà che li aveva chiamati.  […]»
L’Evangelo, 206.13

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