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56 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


56 - I PELLEGRINI in CERCA di LAVOROda L’Evangelo, 385.4-6

«[…] Un gruppo di pellegrini,  venuti da lontane regioni in cerca di lavoro, si trovò ai confini di uno  stato. A questi confini erano dei procacciatori di lavoro mandati da  diversi padroni. Vi era chi cercava uomini per le miniere e chi per  campi e boschi, chi servi per un ricco infame e chi soldati per un re  che stava in cima ad un monte, nel suo castello al quale si accedeva per  una strada molto erta.
Il re voleva milizie, ma esigeva che le  stesse fossero non tanto milizie di violenza quanto di sapienza, per  mandarle poi per le città a santificare i suoi sudditi. Per questo  viveva lassù, come in un romitaggio, per formare i suoi servi senza che  le distrazioni mondane li corrompessero rallentando o annullando la  formazione del loro spirito. Non prometteva alte mercedi. Non prometteva  vita comoda. Ma dava assicurazione che dal suo servizio sarebbe  scaturita santità e premio. Così dicevano i suoi messi a quelli che  giungevano alle frontiere. Invece i messi dei padroni delle miniere o  dei campi dicevano: “Non sarà vita comoda, ma però sarete liberi e  guadagnerete di che darvi un poco di sollazzo”. E quelli che cercavano  servi per un padrone infame promettevano addirittura cibo abbondante,  ozio, godimenti, ricchezze: “Basta che acconsentiate ai suoi capricci —  oh! per nulla penosi! — e godrete come tanti satrapi”.
I pellegrini  si consultarono fra loro. Dividersi non volevano… Chiesero: “Ma i campi e  le miniere, il palazzo dell’uomo gaudente e quello del re, sono  vicini?”.
“Oh! no!”, risposero i procacciatori. “Venite a quel quadrivio e vi mostreremo le diverse strade”.
Andarono.
“Ecco!  Questa splendida via, ombrosa, fiorita, liscia, con fonti fresche,  discende al palazzo del signore”, dissero i procacciatori dei servi.
“Ecco!  Questa che è polverosa, fra campi sereni, conduce ai campi. C’è sole,  ma vedete che è bella ancora”, dissero quelli dei campi.
“Ecco!  Questa così solcata da ruote pesanti e sparsa di chiazze scure segna la  direzione delle miniere. Non è né bella né brutta…”, dissero quelli  delle miniere.
“Ecco, questo sentiero ripido, tagliato fra rocce che  il sole accende, sparso di pruni e burroni che rallentano l’andare ma  in compenso fanno difesa facile contro gli assalti dei nemici, conduce a  oriente, al castello severo, diremmo quasi sacro, dove gli spiriti si  formano al Bene”, dissero quelli del re.
E i pellegrini guardavano,  guardavano. Calcolavano… Tentati da molte cose delle quali solo una era  totalmente buona. E lentamente si divisero. Erano dieci. Tre piegarono  verso i campi… e due verso le miniere. I superstiti si guardarono e due  dissero: “Venite con noi. Dal re. Non guadagneremo e non godremo sulla  Terra, ma saremo santi in eterno”.
“Quel sentiero lì? Fossimo matti!  Non guadagnare? Non godere? Non valeva la pena di lasciare tutto e  venire in esilio per avere ancor meno di ciò che avevamo nella patria  nostra. Noi vogliamo guadagnare e godere…”.
“Ma perderete il Bene eterno! Non avete sentito che è padrone infame?”.
“Fole! Dopo un poco lo lasceremo, ma avremo goduto e saremo ricchi”.
“Non  ve ne libererete più. Male hanno fatto i primi seguendo l’avidità del  denaro. Ma voi! Voi seguite l’avidità del piacere. Oh! non mutate per  un’ora fuggente la sorte eterna!”.
“Siete degli stolti e credete  alle promesse ideali. Noi andiamo alla realtà. Addio!…”, e di corsa  presero la bella via ombrosa, fiorita, ricca d’acque, liscia, in fondo  alla quale brillava al sole il magico palazzo del guadente.
I due  superstiti presero, piangendo e pregando, l’erto sentiero. E dopo pochi  metri quasi si sconfortarono, tanto era difficile. Ma perseverarono. E  la carne parve sempre più lieve più essi procedevano, la fatica si  faceva consolata da un giubilo strano. Giunsero anelanti, graffiati, in  cima al monte e furono ammessi al cospetto del re, il quale disse loro  tutto quanto esigeva per farne i suoi prodi e terminò dicendo:  “Pensateci per otto giorni e poi rispondete”.
Ed essi molto  pensarono e dure lotte sostennero col Tentatore che voleva sgomentarli,  con la carne che diceva: “Voi mi sacrificate”, col mondo i cui ricordi  seducevano ancora. Ma vinsero. Rimasero. Divennero eroi del Bene.
Venne  la morte, ossia la glorificazione. Dall’alto dei Cieli videro nel  profondo quelli che erano andati dal padrone infame. Incatenati anche  oltre la vita, gemevano nel buio dell’inferno. “E volevano essere liberi  e godere!”, dissero i due santi.
E i tre dannati li videro e,  orridi, li maledissero e maledissero tutti, Dio per il primo, dicendo:  “Ci avete tutti ingannati!”.
“No. Non lo potete dire. Vi era stato  detto il pericolo. Avete voluto il vostro male”, risposero i beati,  sereni anche vedendo e udendo gli scherni osceni e le oscene bestemmie  lanciate ad essi.
E videro quelli dei campi e delle miniere in  diverse regioni purgative, e quelli li videro e dissero: “Non fummo né  buoni né cattivi, ed ora espiamo la tiepidezza nostra. Pregate per  noi!”.
“Oh! lo faremo! Ma perché mai non siete venuti con noi?”.
“Perché  fummo non demoni, ma uomini… Ingenerosi fummo. Amammo il transitorio,  anche se onesto, più dell’eterno e santo. Ora impariamo a conoscere e ad  amare con giustizia”. […]»

Spiegazioneda L’Evangelo, 385.6

«[…]  Ogni uomo è al quadrivio. Ad un perpetuo quadrivio. Beati quelli che  sono fermi e generosi nel volere seguire le vie del Bene. Dio sia con  essi. E Dio tocchi e converta chi così non è, e lo porti ad esser tale.  […]»

Copyright © Fondazione Erede di Maria Valtorta onlus
Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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