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66 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


66 - Il FICO CON il TRONCO DIVISOda L’Evangelo, 444.3-7

«[…] Guardate quel grosso fico nato  lassù su quel poggio. Nato spontaneamente, quasi alla radice, ossia  appena spuntato dal suolo, si è formato in due rami tanto uniti che le  due scorze hanno aderito. Ma ogni ramo ha però gettato la propria chioma  ai lati, in modo tanto bizzarro che ha dato il nome di “Casa del fico  gemello” a questo piccolo paese su questo piccolo colle. Orbene, se uno  volesse ora separare i due tronchi, che in fondo sono un solo  tronco, dovrebbe usare la scure o la sega. Ma che farebbe? Farebbe  morire la pianta o, se fosse tanto sagace di condurre la scure o la sega  in modo da ledere uno solo dei due tronchi, ne salverebbe uno, ma  l’altro inesorabilmente morrebbe, e il superstite, sebbene vivo ancora,  sarebbe un malvivo e probabilmente intristirebbe non facendo più frutto o  pochissimo frutto.
Lo stesso è successo in Israele. Hanno voluto  dividere, separare le due parti, così unite da essere veramente una cosa  sola, hanno voluto ritoccare ciò che era perfetto. Perché ogni opera di  Dio è perfetta, ogni pensiero, ogni parola. Perciò se Dio sul Sinai ha  dato il comando di amare Dio santissimo e il prossimo con un unico  precetto, è chiaro che non sono due precetti che possono esser praticati  indipendentemente l’uno dall’altro, ma sono un solo precetto. E, non  bastandomi mai il formarvi a questa sublime virtù, la più grande di  tutte, quella che sale con lo spirito in Cielo, perché è l’unica che  sussiste in Cielo, insisto sulla stessa, anima di tutta la vita dello  spirito, che perde la vita se perde la carità, perché perde Iddio.
Sentitemi.  Fate conto che alla vostra porta vengano un giorno a bussare due  ricchissimi sposi, chiedendo di essere ospitati per tutta la vita.  Potreste voi dire: “Accettiamo lo sposo, ma non vogliamo la sposa”,  senza sentirvi rispondere dallo sposo: “Ciò non può essere, perché io  non mi posso separare dalla carne della mia carne. Se voi non la volete  accogliere, io pure non mi posso fermare presso di voi e me ne vado con  tutti i miei tesori, dei quali vi avrei fatto compartecipi”?
Dio è  congiunto alla Carità. Essa è veramente, e più intimamente e veramente  ancora di due sposi che si amano intensamente, spirito del suo Spirito. È  Dio stesso la Carità. La Carità non è che l’aspetto più manifesto, più  illustrativo di Dio. Fra tut-ti i suoi attributi, essa è l’attributo re e  l’attributo origine, perché tutti gli altri attributi di Dio nascono  ancora dalla Carità. Che è la Potenza se non carità che opera? Che è la  Sapienza se non carità che insegna? Che è la Misericordia se non carità  che perdona? Che è la Giustizia se non carità che amministra? E potrei  continuare così per tutti gli innumerevoli attributi di Dio.
Ora, da  quello che dico, potete voi pensare che chi non ha la carità abbia Dio?  Non lo ha. Potete voi pensare che possa accogliere Dio e non la carità?  La carità che è unica, e abbraccia Creatore e creature, e non si può  averne una metà sola, quella data al Creatore, senza avere anche l’altra  metà, quella data al prossimo.
Dio è nelle creature. Vi è col suo  segno incancellabile, coi suoi diritti di Padre, di Sposo, di Re.  L’anima ne è il trono, il corpo il tempio. Ora, colui che non ama un suo  fratello e gli fa spregio, fa spregio, dà dolore, misconosce il Padrone  di casa del suo fratello, il Re, il Padre, lo Sposo del fratello, ed è  naturale che questo grande Essere che è Tutto, e che è presente in un fratello, in tutti i fratelli, faccia sua l’offesa fatta all’essere minore, alla parte  del Tutto, ossia al singolo uomo. Per questo vi ho insegnato le opere  di misericordia corporali e spirituali, per questo vi ho insegnato a non  scandalizzare i fratelli, per questo vi ho insegnato a non giudicare, a  non sprezzare, a non respingere i fratelli, sia che siano buoni o non  buoni, fedeli o gentili, amici o nemici, ricchi o poveri.
Quando in  un talamo si compie un concepimento, esso si forma con lo stesso atto,  sia che avvenga su un talamo d’oro o sullo strame di una stalla. E la  creatura che si forma nel seno regale non è diversa da quella che si  forma nel seno di una mendica. Il concepire, il formare un nuovo essere,  è uguale in tutti i punti della Terra, quale che sia la loro religione.  Tutte le creature nascono come nacquero Abele e Caino dal seno di Eva. E  all’uguaglianza del concepimento, formazione e modo di nascere dei  figli di un uomo e di una donna sulla Terra, corrisponde un’altra  uguaglianza in Cielo: la creazione di un’anima da infondere  nell’embrione, perché esso sia di uomo e non di animale e lo  accompagni dal momento che è creata alla morte, e gli sopravviva in  attesa della risurrezione universale per ricongiungersi, allora, al  corpo risorto ed avere con esso il premio o il castigo. Il premio o il  castigo secondo le azioni fatte nella vita terrena.
Perché non vi  pensate che la Carità sia ingiusta e, solo perché molti non saranno di  Israele o di Cristo, pur essendo virtuosi nella religione che seguono,  convinti di essere nella vera, abbiano a rimanere in eterno  senza premio. Dopo la fine del mondo non sopravvivrà altra virtù che la  carità, ossia l’unione col Creatore di tutte le creature che vissero con  giustizia. Non ci saranno tanti Cieli, uno per Israele, uno per i  cristiani, uno per i cattolici, uno per i gentili, uno per i pagani. Non  ci saranno, ma vi sarà un solo Cielo. E così vi sarà un solo  premio: Dio, il Creatore che si ricongiunge ai suoi creati vissuti in  giustizia, nei quali, per la bellezza degli spiriti e dei corpi dei  santi, ammirerà Se stesso con gioia di Padre e di Dio. Vi sarà un sol  Signore. Non un Signore per Israele, uno per il cattolicesimo, uno per  le altre singole religioni.
Ora vi rivelo una grande verità.  Ricordatevela. Trasmettetela ai vostri successori. Non attendete sempre  che lo Spirito Santo rischiari le verità dopo anni o secoli di oscurità.  Udite.
Voi forse direte: “Ma allora che giustizia c’è ad essere  della religione santa, se saremo alla fine del mondo ugualmente  trattati, come lo saranno i gentili?”. Vi rispondo: la stessa giustizia  che c’è, ed è vera giustizia, per coloro che, pur essendo della  religione santa, non saranno beati perché non saranno vissuti da santi.  Un pagano virtuoso, soltanto perché visse con virtù eletta, convinto che  la sua religione era buona, avrà alla fine il Cielo. Ma quando? Alla  fine del mondo, quando delle quattro dimore dei trapassati due sole  sussisteranno, ossia il Paradiso e l’Inferno. Perché la Giustizia, in  quel momento, non potrà che conservare e dare i due regni eterni a chi  dall’albero del libero arbitrio scelse i frutti buoni o volle i frutti  malvagi.
Ma quanta attesa prima che un pagano virtuoso giunga a quel  premio!… Non ve lo pensate? E questa attesa, specie dal momento in cui  la Redenzione, con tutti i suoi conseguenti prodigi, si sarà verificata,  e l’Evangelo sarà predicato nel mondo, sarà la purgazione delle anime  che vissero da giuste in altre religioni ma non poterono entrare nella  Fede vera dopo averla conosciuta come esistente e di provata realtà. Ad  essi il Limbo per i secoli e secoli sino alla fine del mondo. Ai  credenti nel Dio vero, che non seppero essere eroicamente santi, il  lungo Purgatorio; e per alcuni potrà avere termine alla fine del mondo.  Ma, dopo l’espiazione e l’attesa, i buoni, quale che sia la loro  provenienza, saranno tutti alla destra di Dio; i malvagi, quale che sia  la loro provenienza, alla sinistra e poi nell’Inferno orrendo, mentre il  Salvatore entrerà con i buoni nel Regno eterno».
«Signore, perdona  se non ti capisco. Ciò che dici è molto difficile… almeno per me… Tu  dici sempre che sei il Salvatore e redimerai quelli che credono in Te. E  allora quelli che non credono, o perché non ti hanno conosciuto essendo  vissuti prima, oppure perché — è tanto grande il mondo! — non hanno  avuto notizia di Te, come possono essere salvati?», chiede Bartolomeo.
«Te l’ho detto: per la loro vita di giusti, per le loro opere buone, per la loro fede che essi credono vera».
«Ma non sono ricorsi al Salvatore…».
«Ma  il Salvatore per essi, anche per essi, soffrirà. Non pensi, Bartolmai,  quale ampiezza di valore avranno i miei meriti di Uomo-Dio?».
«Mio Signore, sempre inferiori a quelli di Dio, a quelli che hai perciò da sempre».
«Giusta  e non giusta risposta. I meriti di Dio sono infiniti, tu dici. Tutto è  infinito in Dio. Ma Dio non ha meriti nel senso che non ha meritato. Ha  degli attributi, delle virtù sue proprie. Egli è Colui che è: la  Perfezione, l’Infinito, l’Onnipotente. Ma per meritare bisogna compiere,  con sforzo, qualcosa di superiore alla nostra natura. Non è un merito  mangiare, ad esempio. Ma può divenire un merito il saper mangiare  parcamente, facendo veri sacrifici per dare ciò che risparmiamo ai  poveri. Non è un merito stare zitti. Ma lo diviene quando si sta zitti  non ribattendo un’offesa. E così via. Ora tu comprendi che Dio non ha  bisogno di sforzare Se stesso che è perfetto, infinito. Ma l’Uomo-Dio  può sforzare Se stesso, umiliando l’infinita Natura divina a limitazione  umana, vincendo la natura umana che non è assente o metaforica in Lui  ma è reale, con tutti i suoi sensi e sentimenti, con le sue possibilità  di sofferenza e di morte, con la sua volontà libera.
Nessuno ama la  morte, specie se è dolorosa, precoce e immeritata. Nessuno l’ama. Eppure  ogni uomo deve morire. Perciò dovrebbe guardare la morte con la stessa  calma con cui vede finire tutto ciò che ha vita. Ebbene, Io sforzo la  mia Umanità ad amare la morte. Non solo. Io ho eletto la vita per potere  avere la morte. Per l’Umanità. Perciò Io, nella mia veste di Uomo-Dio,  acquisto quei meriti che, rimanendo Dio, non potevo acquistare. E con  essi, che sono infiniti per la forma come li acquisto, per la Natura  divina congiunta all’umana, per le virtù di carità e di ubbidienza con  le quali mi sono messo in condizione di meritarli, per la fortezza, per  la giustizia, temperanza, prudenza, per tutte le virtù che ho messe nel  mio cuore a renderlo accetto a Dio, Padre mio, Io avrò una potenza  infinita non solo come Dio, ma come Uomo che si immola per tutti, ossia  che raggiunge il limite massimo della carità. È il sacrificio quello che  dà il merito. Più grande il sacrificio e più grande il merito. Completo  il sacrificio e completo il merito. Perfetto il sacrificio e perfetto  il merito. E usabile secondo la santa volontà della vittima, alla quale  il Padre dice: “Sia come tu vuoi!”, perché essa lo ha amato senza misura  ed ha amato il prossimo senza misura.
Ecco, Io ve lo dico. Il più  povero degli uomini può essere il più ricco e beneficare un numero senza  misura di fratelli, se sa amare sino al sacrificio. Io ve lo dico:  anche non aveste neppur più una briciola di pane, un calice d’acqua, un  brandello di veste, voi potete beneficare sempre. Come? Pregando e  soffrendo per i fratelli. Beneficare chi? Tutti. In che modo?  In mille modi tutti santi, perché, se voi saprete amare, saprete come  Dio operare, insegnare, perdonare, amministrare e, come l’Uomo-Dio,  redimere».

Copyright © Fondazione Erede di Maria Valtorta onlus

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